Elena Pontiggia, 1992

Ugo Riva. L’armonia malinconica

Il lavoro di Ugo Riva è piuttosto insolito nel panorama di questi anni. Ma è insolito non per le ragioni che possono sembrare, a primo sguardo, più evidenti.

Non è insolito, infatti, solo perché eludendo le problematiche del presente risale indietro: ad Arturo Martini e ancora prima, ai bozzetti di Canova, o addirittura a un certo Quattrocento minore (da cui mutua, tra l’altro, la propensione per la scultura colorata). Da questo punto di vista il postmoderno e certe declinazioni dell’arte concettuale hanno insegnato molto, e in particolare per queste opere si potrebbe trovare in Theimer, per esempio, un primo punto di riferimento.

Dunque non è questo coaugulo di reminiscenze, questo concerto di echi della memoria il motivo più originale del lavoro di Riva, anche se è vero che lo scultore bergamasco ha scelto una strada espressiva tanto ricca di stimoli quanto inspiegabilmente poco praticata, e quindi si trova più o meno solo tra gli artisti della sua generazione.

Per capire più in profondità l’opera di Riva occorre invece analizzare il sottile dissidio che la anima: un dissidio intrinseco, irrisolvibile tra una vocazione espressionista e una vocazione classica.Parlare di classicismo espressionista è evidentemente un ossimoro, ma nel caso di Riva è meno contraddittorio di quanto potrebbe sembrare.

Riva è partito da esperienze espressioniste, innervate da una cruda drammaticità: Anatomie interrotte o al contrario troppo esibite, membra mutilate o al contrario accennate fino alla morbosità infondevano nel soggetto un realismo implacabilmente aggressivo.

Su questo humus, però, è venuto lentamente innestandosi in forme sempre più precise, il ripensamento del passato: un ripensamento che si manifesta nella citazione di figure allegoriche o mitologiche, nell’uso dei motti latini, ma anche nella ricostruzione della volumetria corporea, nel bisogno di dare alle figure una nicchia che le accolga o un’architettura  che le sostenga. Questo procedere, sempre più approfondito e maturo, verso una maggior compostezza plastica ha portato il lavoro di Riva ai suoi esiti più risolti. Tuttavia quella vena amara e allarmata che si avvertiva nelle opere precedenti non è scomparsa. Pervade anzi anche quelle recenti, e non è difficile notarla nello sbrecciarsi delle forme, nello screpolarsi delle superfici, in quel senso di ineluttabile decomposizione che invade architetture, figure, spazi. Anche i temi allegorici non vanno intesi, nella scultura di Riva, come pretesti concettuali, come simulacri colti, e come tentativi di rifondazione del linguaggio. Una sottile ossessione porta l’artista a insistere nel variare dei soggetti, su un’identica filosofia. Ritorna nelle opere il fantasma di una madre reinventata, tanto affettuosa e rassicurante (“ Mater et Magistra”) quanto inesistente. Ritorna una ostinata constatazione della vanitas del reale, insieme col sentimento e il presagio della morte (“ L’arroganza della bellezza”, “ L’ombra segna la vita degli uomini”) e la lucida consapevolezza che “ gli dei lasciano il tempio”.

La scultura di Riva, così, oscilla tra il sogno di un’armonia filosofica e la certezza di una sofferenza esistenziale. E proprio in questa classicità inperfetta, orgogliosa e fatiscente al tempo stesso, si annidano i segni più coinvolgenti della sua visione.

Elena Pontiggia

Milano, Gennaio 1992

Elena Pontiggia