Gérard Xuriguera, 2005

All’etica del disordine, alla ripetizione insistente del vuoto e alle problematiche effimere, rispondono sempre su un altro versante: la ricerca della perfezione, la pienezza del senso, l’iscrizione nella durata e nel caso preciso, l’immersione in un’epoca a lungo interrogata e rivisitata.

Ugo Riva incarna perfettamente questo tuffo estetico nel tempo. Appartiene a quella fetta di scultori mossi dalla bellezza e dall’armonia della figura umana, le cui opere funzionano innanzitutto per anamnesi, facendoci scivolare verso territori ormai mitici, senza disertare il linguaggio della modernità. Legato dunque all’interpretazione delle apparenze, le sue opere cedono al profumo del tempo che fu, soltanto per sottoporsi alla prova del suo immaginario e alla sua capacità di trasgredire l’oggetto della rappresentazione.

Di conseguenza, appoggiandosi ad un lascito storico secolare, indivisibile dalla sua latinità, Riva non ha mai rinunciato alla fascinazione per il Rinascimento: ne sono testimonianza i suoi personaggi stilizzati, più austeri che giubilanti, emblematici di una cultura che egli non finisce mai di far risorgere con un’eloquenza contrastata, un sorprendente potere di evocazione e un controllo sicuro dei suoi mezzi, e questo nello spirito della “maniera”, “quest’arte che non esprime il sentimento, ma la forma del sentimento”.

Da questi omaggi indiretti emana una costante tematica: la celebrazione della donna nel prolungamento di un Donatelo o di un Beato Angelico. Di volta in volta nuda o semivestita, adorna di un drappeggio, di un abito di gala, di una veste nuziale o di una tunica scollata, seduta, in piedi, sdraiata, di schiena o di profilo, sola o accanto ad un uomo, madonna o Venere, senza testa con le ali spiegate, conciata con una curiosa capigliatura scentrata o con una strana cuffia ricadente, come indossavano i fiorentini del XV secolo, accettando la sua solitudine e rivendicando la sua autonomia, incastonata al basamento di un reliquario verticale con le ante, al fianco di un partner anonimo, essa dipana l’autorità o l’umiltà della sua presenza. Ora melanconica ora languida, indifferente o altera, sognante o volitiva, assente o ripiegata sul suo enigma, pudica o provocatrice, è la donna promessa o rifiutata, madre o amante, sacralizzata e familiare.

Ma se la donna sovrana ostenta volentieri i suoi privilegi carnali e le sue variazioni di vestiario, dietro la panoplia del suo fascino nascosto o svelato, e dietro ai segni della sua socialità che uniscono l’essere e la vestizione, c’è come l’attesa di qualche evento indefinito. C’è anche, nel suo modo di abbassare gli occhi, o altrimenti di tenerli chiusi, come uno spavento rientrato, o forse la paura di un risveglio troppo brusco, di fronte ad un mondo incerto. Tuttavia, qui, niente maschere, né mostri, né scossoni, né segni di oppressione, e di conseguenza, niente drammatizzazioni indebite, ma piuttosto un romanticismo ovattato.

Arricchendo questi lembi della memoria artistica con la specificità della sua scrittura, Ugo Riva, nella sua ricerca dell’attimo e del permanente, dà uno stile definitivo a ciò che potrebbe essere soltanto accidentale. Proclamando il suo gusto del classicismo e, secondo Valéry “un classico è colui che conosce il suo mestiere”, egli rappresenta, con intatto piacere di creare, tutta una serie di personaggi e di posture che, al di là della pregnanza della Storia, riverberano l’eterno incrocio dei sentimenti umani, attraverso i movimenti impercettibili di un gesto improvvisamente irrigidito, di uno sguardo otturato o di un atteggiamento. Nondimeno, più che l’atteggiamento, è la sua risoluzione nella materia che prevale, dapprima nella giusta articolazione della forma ma, soprattutto, nella sua risonanza interna. Poiché l’artista bergamasco intrattiene, con i suoi corpi e le sue figure, una relazione più mentale che fisica, dove tutto sta nel suggerito.

Certamente, non si esaurirà l’insieme di sfaccettature di questa sintassi tanto coerente nella sua funzione quanto nella sua configurazione. Ma si menzioneranno alla rinfusa l’impatto doloroso degli “Ecce Agnus Dei”, de “I Segreti di Piero”, con la testa cinta di un curioso copricapo circolare, una specie di mitra, dei “Viaggiatori”, prostrati e circospetti su un angolo di asfalto, i boschetti di cespugli autunnali lasciati a riposare su una tavola traforata, i protagonisti ingabbiati de “La casa della memoria”, o ancora la serie degli “Angeli”.

Adesso, per elaborare la sua scenografia, dopo un lavoro sapiente e meticoloso della terra nella mano, Ugo Riva usa principalmente bronzo e ferro. Ama allacciare le loro differenze, giocare sulle loro incisioni e sulle loro tessiture leggermente erose o scarificate, unire le loro tonalità naturali a dominante ruggine, le loro ossidazioni, e alternare la luce diffusa, radente o localizzata, che alternativamente, accusa un particolare, ne sfuma un altro o alimenta un’estremità. Eliminando il superfluo, ma a volte vicino al barocco, egli conosce il gesto che fomenta la tensione, i ritmi che equilibrano e semplificano, sa annodare il convesso e il concavo, le incisioni e le levigature e appoggiarsi sugli effetti cangianti dl chiaroscuro, che fanno emergere l’asprezza di un viso, il fruscio di una vestito o l’intimità di una posizione.

Riva si compiace anche di enunciare la curvatura sensuale di un contorno, di ridurre o amplificare un inarcamento, di rodere il suo materiale per ornarlo di micro strutture, o di lasciarsi guidare dal garbo di una gamba, di un collo o di un torso denudato. Erodere il metallo, martellarlo, piegarlo, perforarlo e bulinarlo non hanno segreti per lui. La sua maestria tecnica gli permette di adattare strettamente i pieni e i vuoti, di allacciare una concatenazione, di chiudere una breccia, di attenuare o accelerare una rottura, conferendo a ciascuna delle ossature una dignità architettonica, di cui non si ignora, secondo le leggi greco-latine, che essa appartiene dagli esordi della Storia, al mondo mediterraneo, per citare Elie Faure. In un simile contesto, tuttavia, il materiale non è l’argomento primario, ma la leva destinata a favorire il passaggio dell’espressione.

Infine, a dispetto delle analogie dichiarate, nessuna vera sottomissione al referente viene ad alterare la stimolante improvvisazione, che, certamente, non nega prestiti, ma, si compie in definitiva in una totale libertà. Così, nel sottile teatro del ricordo nel quale si riconosce, Ugo Riva non fa nient’altro che riportarci all’ordine del relativo, associando i fasti del passato alle inquietudini del nostro oggi.

Gérard Xuriguera

(Traduzione di Carla Nielfi)

Gérard Xuriguera