Lorenzo Canova

La materia e la bellezza

Panneggi come frammenti di roccia, abiti come grumi di terra o addensamenti di lava che si chiudono sulle anatomie come un abbraccio di pietra o di legno, nella sua voluta e arcaizzante contemporaneità, la scultura di Ugo Riva nasce dalla contrapposizione tra una materia primigenia e la forma che la assoggetta al suo volere, tra il fermento degli elementi e il filo conduttore della ragione che li riconduce in un organico sistema visivo.

Ugo Riva ha nel suo DNA la grande e perennemente rinnovata storia della scultura italiana (in particolare lombarda, ma non soltanto), anche nelle sue declinazioni tese verso le ricerche informali e polimateriche, in una sintesi personale che lega stasi e dinamismo, memorie dell’antico e suggestioni del presente componendo un’armonia discorde fondata su una trama complessa di spunti e di riflessioni.

In questo senso, le sculture di Riva si comprendono meglio conoscendo gli studi grafici da cui si sviluppano, in quel fondamento del disegno che appartiene a tutti i veri scultori e che nei suoi diversi orientamenti mostra bene la sua meditazione profonda sui chiaroscuri, sulle diverse visioni dell’opera, sui rapporti tra la sua presenza concreta e la luce. I disegni di Riva parlano di una materia tormentata e abbagliata da lampi di luce bianca, di tracce nervose del segno nero che, con tecniche diverse, dal carboncino, alla penna e al pastello, denunciano tutta la sua attenzione per l’essenza tattile e cromatica della sua scultura, che non deve restare come un oggetto di semplice contemplazione, cercando invece un rapporto quasi fisico ed emozionale con lo spettatore.

Le ombre, i campi di nero intrecciati con la stessa energica intensità della tessitura dei segni bianchi costituiscono quindi il metodo compositivo su cui si sostiene tutto l’ordine costruttivo della scultura, in tutta l’inquietudine di una ricerca sospesa tra caos e ordine, tra il disordine apparente della natura e la sua architettura segreta.

Il disegno di Riva rivela infatti un iniziale impulso a deformare e a trattare segno e plasticità con ruvidezza e scabrosità, un sostrato espressionista, una sorta di fiume carsico che scorre in tutta la sua opera, ma che l’artista non lascia libero di invadere le opere finali, costringendolo invece negli alvei strutturali di una misura e di un rigore stilistico che conducono alla deliberata evocazione di una compostezza basata sulle linee perennemente rinnovate della classicità.

Le donne di Ugo Riva sorgono dunque da questa ricomposizione dei contrari, da una purificazione della forma che scaturisce dal fermento del mondo e che porta alla loro serena e sublimata presenza che s’impone al centro dello spazio con sintetica forza plastica. I corpi nobilitati da un eros idealizzato ci parlano così di una proporzione calata nella materia e nel tempo per superarne paradossalmente i limiti attraverso i canoni severi di un numero segreto che dal rigore raggiunge il mistero di una natura sublimata dalla bellezza.

Lorenzo Canova