Mario de Micheli, 1997

Quando ho scritto la mia prima presentazione per Ugo Riva, nell’aprile del ’95, mettevo l’accento sul rifiuto, da parte sua, d’ogni facile sperimentalismo. Dicevo: “Riva ha saputo ricominciare da capo un discorso bruscamente interrotto, portandolo avanti col coraggio di un’intelligenza cosciente dei rischi che una simile impresa poteva comportare. Di qui, il suo prepotente ritorno all’immagine, in cui la sua fantasia formale s’incarna. E s’incarna è la parola giusta, perchè le figure, che vanno animando il suo mondo poetico, prendono veramente carne e sostanza quale sicura e unica verità del linguaggio plastico”. E parlavo di linguaggio, non di “gergo”. Il “gergo” può essere raffinato ed elegante, ma sempre enigmatico e incomunicabile. Ecco dunque la necessità dell’immagine per comunicare con gli altri, per trasmettere i propri sentimenti e le proprie idee.

Oggi Riva ha quarantasei anni, ma s’è accorto per tempo degli equivoci generati da una malintesa concezione della modernità. È un problema che si era già presentato al grande Martini, il quale, ad una simile domanda, rispondeva: “La modernità non è una trovata, ma è scoprire nuovamente l’anima delle cose con l’intensità che circola nell’aria del proprio tempo”. La mostra che ora Riva apre nella Rocca di San Leo, dove fu imprigionato il negromante Cagliostro e dove morì nel 1795, sarà una mostra che riprende alcune sculture che vanno dal ’94 al ’96 e quindi un gruppo di opere del ’97. È possibile così seguire il suo itinerario dal “vecchio” al “nuovo” Riva, da quando cioè era ancora impegnato nelle straordinarie forme più ricche e sontuose della prima maniera a quelle di oggi. più ardite e dirette. In mezzo c’è un altro gruppo di opere che costituiscono una sorta di introduzione, di esordio alla fase di avvio, che conclude la stessa mostra. Riva ha messo un titolo a questa rassegna delle sue sculture: “Amore sacro e amore profano”, a tale titolo è rimasto fedele: l’amore infatti è la chiave di volta dei due temi, a cominciare dalla Grande Madre del ’94 per continuare con la madre dei due bambini del ’96, col titolo iperbolico di Come una cattedrale, quindi con la Madre di latte e miele, iniziata addirittura nel ’93 e finita nel ’97. Queste sono dunque le sculture dedicate all’amore materno, mentre assai più numerose sono le opere che fanno parte delle nostre passioni, dell’ardore che a volte ci sconvolge e trascina. Qui è protagonista la coppia umana, l’uomo e la donna insieme, con la loro “attrazione fatale”. Una serie di sculture è del ’96: l’abbraccio, intitolato Contatto, quindi il Bacio, Al chiaro di luna.

Infine vi sono le ultime opere, le opere di quest’anno. A mio avviso si tratta di opere in cui Riva dimostra di possedere ormai la garanzia di una assoluta libertà d’invenzione e d’ispirazione. È diventato, se possibile, ancora più immediato, più naturale, anche affrontando soggetti legati al presente in presa diretta. Sembra cioè ch’egli abbia smesso il tono abbastanza solenne di qualche tempo fa per una nuova spontaneità. Il gruppo delle sue “ragazze di vita”, da questo punto di vista, in questo particolare senso, mi pare esemplare. Sono sull’orlo della strada in attesa, sedute su di una panchina o in piedi, discinte e invitanti. Che cosa si aspettano dalla vita? Questa è la domanda. La bellezza finisce, dice Riva in un’altra scultura, Come un fiore di Primavera. E dopo? È il grande tema della giovinezza, che qui egli appena disfiora. Chissà se domani lo affronterà. In una confessione, Riva ha dichiarato anche i motivi per cui in maniera esclusiva, da tanti anni, lavora la terracotta: “La terra è viva”, egli dice, “la terra è vita e noi siamo di terra, viviamo della terra, moriamo nella terra. Io modello gli uomini, le donne, la loro anima, la loro carne, il sangue, le passioni…” E aggiunge: “La mia convinzione di fondo è che la scultura di terracotta lieviti nella policromia. Credo che il colore, dosato nel modo giusto, metta in maggior risalto la forma, i grumi, i segni della materia. Il colore evidenzia il contenuto, materializza l’anima”. In prospettiva erano già questi i sentimenti che fervevano in lui da anni. Adesso, con pienezza, l’obbiettivoè raggiunto.

Non so ciò che Riva farà nel suo futuro prossimo, ma so senz’altro che si muoverà in questa direzione, con nuove scoperte e nuove fantasie, con un “repertorio” sempre autentico e poeticamente attivo.

Milano, aprile 1997

Mario de Micheli