Vittorio Sgarbi, 1989

AL TERMINE DELLA STORIA

La battaglia è durissima. Da anni osservo il movimento della ricerca nell’arte contemporanea e prendo sempre più coscienza che lo spazio concesso a chi non si è fatto schiavo di qualche piccola idea concettuale o poverista è ristrettissimo. Uno scultore figurativo di sicuro talento, dopo una mostra disertata dal pubblico e dalla critica, colto da sconforto, mi manifestava un suo dubbio se abbandonare tutto, cambiare genere o continuare a lavorare per sé soltanto senza partecipare a mostre, per evitare l’umiliazione di non trovare riscontri. Si lavora per essere guardati, giudicati, per condividere infine la propria solitudine. Al contrario non dà sconforto a me essere solo a guardare e a seguire l’attività di artisti come questi. Ne osservo ogni volta, con stupore, il nascere; e ne ammiro il coraggio al pensiero del muro che si alza davanti a loro. Ma credo che tutto si spieghi con l’istinto e la disciplina.

Ci sono artisti che ritengono necessario all’idea il mestiere, che si vogliono, prima di tutto, sapienti artigiani, con umiltà e superbia insieme. L’arte è un punto d’arrivo, non un punto di partenza. Su questo tema si combatte la battaglia di questi anni difficili. Non mancano infatti i traditori, le spie, i falsari che rendono la lotta anche più ardua cercando di stravolgere i termini del contendere. Così non si può che salutare con soddisfazione l’apparizione di un artista che non finge e che non teme di riprendere il discorso continuamente interrotto sulla figura umana, eterna unità di misura dell’arte.

Le sculture compiute senza perdere la spontaneità del bozzetto, di Ugo Riva sono un singolarissimo esempio di persistenza dei grandi modelli dell’accademia. Abbandonando il Novecento, Riva sembra risalire fino a Canova rimeditando la grande libertà dei modelli preparatori in terracotta conservati nella Gipsoteca di Possagno. La sua attrazione per il non finito si manifesta nelle improvvise troncature degli arti, nel porre in evidenza sostegni e puntelli, nel giocare con la creta non formata.

Il dialogo tra finito e non finito diviene il carattere primario di queste sculture, la cui matrice classicista è non soltanto nel tema ricorrente del nudo femminile, ma nel vitale rapporto tra questo e il basamento, immaginato come un’ara sulla quale si celebra un sacrificio, o la base da cui spicca il volo una Vittoria alata. Riva pensa per frammenti, riproduce un’archeologia immaginaria, e si fa, in questo, compagno di un altro inventore di miti, Ivan Theimer. Ma in Riva non c’è lo stupore del barbaro che compete con le raffinatezze dei classici, e vince. C’è lo sfinimento di una tradizione e di una civiltà, c’è il sentimento di una sopravvivenza, la certezza di essere in una fase terminale, anzi terminata, come un fantasma, come un sonnambulo in territori ignoti. Le sculture di Riva appartengono a un dopo storia, non si misurano con il nostro tempo. Per questo non chiedono consenso, non aspettano attestati, sono testimoni di un destino prima che di una scelta; sanciscono il diritto dell’artista all’arbitrio, in base al principio che, in questo dopo storia, tutto è permesso, tutti i linguaggi possono convivere. D’altra parte di fronte al modellato morbido e sapiente di Riva, con tutti i possibili riferimenti al passato, chi potrebbe dubitare che Riva è un nostro contemporaneo, un perfetto esponente del gusto fine novecento? Ciò che è moderno non può tramontare. Questo è lo spirito dello stile.

Agosto 1989

Vittorio Sgarbi