A volte i sogni di avverano, 2011

A VOLTE I SOGNI SI AVVERANO

Porta Nuova, gennaio 1970.

Per la prima volta in vita mia metto piede in una banca e lo faccio per lavorarci otto ore al giorno per sei giorni la settimana: “contratto a tempo determinato fino alla chiamata per la leva militare”.

Il termine “banca” aveva indicato per me, sino ad allora, un’entità assolutamente astratta e indefinita; l’unico rimando significativo di quella parola era l’apprensione di mia madre per i mutui che aveva contratto.

Un’altra importante novità è che, da quel giorno, mi accorgo pure dell’esistenza in città di quell’imponente edificio bianco sormontato da un timpano decorato con due figure in rilievo e mezzecolonne di sapore neoclassico; una costruzione con una certa allure di distacco aristocratico rispetto al contesto architettonico circostante, tanto che il collega Mario G. lo chiamava “la Casa Bianca”.

Chissà quante centinaia e centinaia di volte l’avevo guardato negli anni precedenti, frequentando il centro di Bergamo per recarmi a scuola, ma prima di quell’occasione non l’avevo mai davvero visto. Si entrava, allora come oggi, dalla laterale via Galliccioli, ma all’epoca lo si faceva attraverso una porticina davvero molto discreta. Ricordo che, subito alla destra dell’ingresso, stazionava su un tavolo il foglio delle presenze con i nomi di tutti i dipendenti, forse una cinquantina in tutto.Lì bisognava apporre la propria firma entro le otto e zero zero (se non ricordo male), non un secondo in più, perché in quel preciso istante appariva quasi dal nulla l’inesorabile Brolis, il capocommesso, che portava all’ufficio del personale l’elenco dei presenti. In caso di ritardo, era inutile inseguirlo lungo il corridoio o la scala che portava al secondo piano implorandolo di fermarsi …niente da fare!!! Insensibile a qualsiasi ragione, quel piccoletto con gli occhi di ghiaccio eseguiva inesorabilmente il suo compito. Si doveva allora necessariamente passare sotto le forche caudine degli sguardi inquisitori dei colleghi del personale e, soprattutto, di quello del “mitico” ragionier Gottardo Airoldi, capo supremo, che, lasciando aperta la porta del suo piccolo ufficio, alzava leggermente la testa dalla scrivania e guardava il malcapitato un solo istante dritto negli occhi, in un silenzio accusatorio che valeva mille rimproveri. In quell’istante il ritardatario si sentiva l’ultimo dei reietti e giurava a se stesso che quello sguardo non l’avrebbe mai più voluto incrociare.

Erano altri tempi quelli. Lui, il “mitico” Airoldi, lo incontrai personalmente quando mi fece chiamare per la conferma della mia assunzione. Come “aspirante bancario” non rientravo sicuramente, e oggi dico giustamente, nei suoi parametri Da uomo uso a trattare con gli uomini, aveva percepito immediatamente la difficile, se non impossibile, compatibilità tra la mia identità di allora (sia ciò che ero che ciò che non ero) e tutte le caratteristiche richieste ai tempi per “stare in banca”. Questa sua convinzione era talmente forte che me la esplicitò senza mezzi termini, dicendomi più o meno così : “fosse stato per me lei non avrebbe mai messo piede qui dentro” aggiungendo, con una citazione del Poeta, “ma …vuolsi così colà ove si puote”. Alzando gli occhi al cielo e aprendo le mani in segno di obbedienza e rassegnazione, egli si alzò e mi accompagnò nel mio ufficio: il famigerato Portafoglio di fantozziana memoria.Era la sua vendetta nei confronti del super raccomandato indesiderato?  Quello che era certo è che mi sentivo tremendamente in colpa. Questa raccomandazione mi pesava sull’anima come un peccato mortale e accettai “cristianamente” la giusta espiazione nell’Ufficio Portafoglio. Scoprii poi, con non poca sorpresa, che a quel tempo tutti, più o meno, erano nella mia stessa situazione di raccomandati.

Eravamo un sacco di gente, al Portafoglio, una trentina circa, tutti rigorosamente maschi, forse il più numeroso e rumoroso ufficio della banca. Nessun ragioniere eccetto il capo, tutti da provenienze scolastiche  o lavorative completamente diverse …era forse questa la colpa? I primi giorni mi diedero l’impressione di una via di mezzo tra il C.a.r militare e la famigerata Cayenna, poi, costruiti i primi rapporti, l’ufficio mi apparve per quello che veramente era: un luogo a mia dimensione. I  personaggi che lo rendevano vivo erano tra i più originali e colorati che avessi incontrato nella mia vita, certamente pieni di tanta umanità e con qualcosa da dire.  Erano particolarmente legati da un  buon senso di appartenenza, tipico di chi si sente un poco emarginato…diverso. Sentimento, questo dell’appartenenza, che non avevo ancora sperimentato ma che mi scaldava il cuore, mi rassicurava pure.Era talmente alto il tasso di originalità, di “follia” di alcuni colleghi che vissi da protagonista situazioni surreali, degne dei migliori cabaret d’avanguardia. Mi chiedevo tante volte quale mano avesse mai mischiato così bene quel mazzo e, soprattutto, cosa c’entrassimo noi con l’”idea” di banca. Avremmo potuto svolgere quel servizio anche in un luogo completamente diverso, tant’era grande la separazione con ciò che ci circondava. Quelli rimangono gli anni che ancora oggi ricordo con più dovizia di dettagli, addirittura con più nostalgia, a tal punto che ora posso dire che, quella che pensavo dovesse essere una “punizione”, si era trasformata in una opportunità di crescita umana straordinaria e indimenticabile. Devo ammettere,  con il senno di poi, che il grande conoscitore di anime Gottardo Airoldi non aveva fatto altro che porre il tassello giusto nel suo mosaico. Nessuna punizione quindi, ma una lucida analisi del soggetto e, oserei dire, una lungimiranza profetica, perché quello era assolutamente il mio locus. Accadde infatti che quindici anni dopo, con Airoldi ormai in pensione, ci volli tornare nuovamente per usufruire dell’attivazione del lavoro su turni che mi dava l’opportunità di dedicarmi maggiormente alla scultura, diventata sempre più esigente e totalizzante nella mia vita. Tornai allora dal mio “vecchio” capo Farina, chiedendogli cosa ne pensasse di un possibile mio ritorno: “nessun problema” fu la sua risposta. Rientrai così nel gruppo, felice come se non l’avessi mai lasciato. Certo, quello era il mio locus nella banca, ma la banca nella mia vita, nella mia anima, c’entrava sempre meno ogni anno che passava.

Accadde un giorno che l’Amministratore Delegato, Dr. Giorgio Brambilla, a cui avevo chiesto una mediazione con il Credit Lyonnais, nuovo proprietario dell’azienda,  per una possibile mia mostra in Francia, mi fece chiamare nel suo ufficio. L’uomo, , era piuttosto asciutto e pratico, un po’ come me e forse per quello gli andavo a genio. L’incontro fu breve e il dialogo si svolse più o meno così: “Riva,per la mostra non c’è alcuna possibilità… ma mi tolga una curiosità… cosa ci fa lei qui in banca?” “Devo campare e tengo famiglia”,  replicai”Io posso darle l’opportunità di una’ buonuscita corposa“ Balbettai qualcosa forse senza senso perché ormai ero in apnea cerebrale, Brambilla aveva messo violentemente il dito nella piaga. Lui, come in una rivelazione, aggiunse la frase che mi destabilizzò totalmente e che rimane ancor oggi la mia stella polare: “Si ricordi che ha una vita sola. non la sprechi. Ci pensi,l’aspetto” Uscii da quell’ufficio completamente frastornato. Avevo sempre sentito dentro di me la certezza che non sarei rimasto lì tutta la vita, tant’è che ogni tanto lo dicevo in giro e mi ricordo pure che i miei interlocutori mi blandivano spesso con sorrisi di compatimento.Con il passare degli anni e con l’ esperienza si è radicata in me la convinzione che ognuno di noi ha il proprio destino, una via già tracciata da seguire per entrare in armonia con l’essenza dell’essere. Si tratta solo di scoprirla e d’intraprenderla con coraggio e umiltà lasciandosi guidare dalle voci più profonde. Quelle parole erano l’ultimo messaggio per decidere cosa fare della mia vita, l’ultima opportunità: dentro o fuori, ecco dove sta il libero arbitrio. Decisi di uscire. Avevo stipulato un paio d’anni prima un contratto quinquennale in esclusiva con un mercante milanese e questo, aggiunto alla buona uscita del caro Brambilla, mi dava un minimo di tranquillità economica. Mia moglie , l’unica persona fondamentale, a cui ho sempre reso conto delle mie scelte, dimostrò ancora una volta la sua straordinaria grandezza nei miei confronti e senza il minimo dubbio sentenziò: “l’importante che tu sia felice , di fame non moriremo”. E così fortunatamente andarono le cose. Oggi, dopo 15 anni, espongo, con il cuore pieno di emozione e commozione come non mai, le mie ultime opere proprio qui, a due passi dal mitico ufficio Portafoglio. Chi l’avrebbe mai detto? Io sì. A volte i sogni si avverano. Corsi e ricorsi di vichiana memoria, cosicché da questo luogo dove è partita la mia carriera artistica oggi è in mostra per la prima volta la mia nuova “maniera” di fare scultura. Queste sculture sono frutto di una riflessione sgorgata vorticosamente, dopo  lunga sedimentazione pervasa da timori e tremori del nuovo che mi si palesava prima con segni confusi su fogli di carta, poi, concretamente e freneticamente, con l’argilla tra le dita. In quei mesi febbrili, ogni volta che l’opera appariva ero il primo a stupirmi della sua valenza, tanto veniva dal profondo. Non facevo a tempo a chiuderne una che subito dentro si agitava il fantasma di un’altra e così via per molto tempo. Sono uscite dalle mani come non mi succedeva da anni, con gioia e stupore sono stato trascinato inconsciamente dal bisogno irrefrenabile dell’anima di porre alla sua coscienza i quesiti più profondi dell’esistere. Ho impiegato non poco tempo a scoprirle nella loro forma più completa e le ho affinate vivendole quotidianamente. Si concedevano con parsimonia,sembravano finite,soddisfatte, poi, al contrario, dopo qualche giorno o addirittura settimane mi chiamavano ad alta voce, volevano di nuovo attenzione e con una certa insistenza mi chiedevano di metterci  nuovamente mano, bisognose di quell’armonia, di quella bellezza originaria a cui intrinsecamente aspiravano. L’opera conosce bene la sua compiutezza, siamo noi che spesso non siamo in grado di dargliela. Ora sono qui, libere e liberate con tutta la loro presunzione e fragilità, in attesa del giudizio degli uomini e della storia. Io, come sempre, mi faccio da parte e lascio che parlino loro di se stesse, degli uomini e, se vogliono, anche di me. Il mio compito è finito e non potrebbe essere altrimenti. Non mi rimane che  godere di questo momento di grazia nella speranza che mi lasci più tardi possibile. So bene che molti rimarranno sconcertati, forse addirittura interdetti davanti a questa nuova “maniera”, ma cosa ci posso fare? La libertà in arte, cari amici, non ha prezzo, i rischi vanno corsi fino in fondo ed io oggi sono profondamente felice perché libero nella la pienezza del mio essere scultore. In fondo era questa l’unica condizione posta da mia moglie Irvana e per cui valeva la pena di rischiare: essere felice! Non nego che questo status mi fa un poco paura e, scaramanticamente,  faccio più volte al giorno i debiti scongiuri.Sicuramente sarà felice con me Angelo Piazzoli, Segretario Generale di banca e  fondazione, mio caloroso estimatore e primo promotore di questo ritorno. Anche lui da anni catturato dal cosiddetto sacro fuoco dell’arte e coinvolto sino in fondo da questa mia nuova  maniera , che con la sua totale disponibilità ad accettarla, ha aiutato a far nascere, crescere e lievitare.  Spero sia felice Cesare Zonca, il presidente dell’istituto, a cui sono legato da molto tempo per intrecci di amicizie con parentele varie oltre che dal suo interesse più che ventennale per la mia opera.  Sono certo sarà felicissimo Giorgio Brambilla a cui devo gran parte del mio essere scultore: a volte bastano poche parole per cambiare una vita e lui me le ha donate.Pensavo d’ incontrarlo a Roma, dove avevo in corso una mostra nei pressi di Palazzo Colonna. Avevo deciso di andare in Banca di Roma e prendere un appuntamento per invitarlo personalmente e, finalmente, ringraziarlo di cuore del preziosissimo monito, ma un freddo SMS mi gelò il sangue dandomi notizia della sua scomparsa. Ancora oggi mi sento in colpa per non esserci andato prima…mai rimandare quando le voci chiamano!. Certamente saranno felici tutti i miei colleghi, in forza o a riposo, che spero d’incontrare in questi giorni d’esposizione per rinfrescare i ricordi ti tante emozioni vissute assieme. In fine, a  tutti coloro, uomini e donne, con cui ho condiviso anche solo un attimo della mia vita e, in modo particolare, a tutti quelli che ci hanno lasciato con il corpo ma che vivono attorno a noi aiutandoci nel cammino, dedico l’opera  Anima Mundi, simbolo di sintesi tra anima e corpo, vuoto e pieno, cielo e terra.