Il tempo dei ricordi

Quest’opera ha una storia veramente strana, totalmente opposta, nella sua genesi al Trittico e che val la pena di raccontare non fosse altro per rendersi conto di quanto “perverse” siano le motivazioni del creare.

Avevo incontrato il Dr. Enzo Zafferani una sera, nell’ufficio riminese dell’amico mercante d’arte Franceschini mi fu presentato come mio collezionista e possessore di una straordinaria Ferrari e ciò mi piacque perché considero alcuni modelli d’auto delle vere e proprie opere d’arte di scultura. Dunque una qualche affinità già di fatto c’era E’ stato un incontro breve tra persone affaticate da una pesante giornata di lavoro, lui credo proveniente dalla Svizzera con al figlia, io da un tour de force di alcuni giorni a Bologna in fonderia. Nessuno dei due, penso, abbia fatto molta attenzione all’altro presi dal desiderio d’andare a riposare più che di far delle chiacchiere.

Ciò avvenne nell’autunno/inverno del 2008. Dopo qualche mese ci siamo incontrati a San Marino, su sua esplicita richiesta, alla ricerca di un’ idea per come arredare con una scultura l’entrata del suo nuovo studio. In questo secondo incontro ambedue eravamo disponibili a permearci. A me Enzo, non so come “piaceva”…mi incuriosiva… . Sono molto istintivo, quasi primordiale, nella prima comunicazione. Sentivo in lui, nonostante la professione che esercita, quel senso del rischio, del provarci, del fuori dagli schemi, del non porsi limiti nello sperimentare se ne val la pena, ma nello stesso tempo il tutto era permeato da un forte rigore, una paura di lasciarsi andare. Di quel “luogo” era totalmente preso anzi, innamorato, lo stava costruendo con estrema attenzione ai dettagli, “ sentivo” soprattutto dal non detto che era la “summa” di una vita intera e forse qualcosa di più.

La sua prima richiesta, dopo averci illustrato il tutto fu semplicissima, quasi banale : “cosa mettiamo qui all’entrata?” In quel momento, io ricordo, ero già da un’altra parte con la testa e mi chiedevo, contaminato da quelle sensazioni non percepite dalle orecchie ma dall’ altra parte di me, che senso avesse, per lui, mettere lì una scultura, proprio in quel luogo, in quel momento preciso della sua vita. Una scultura? E quale scultura? Se il fine era per riempire semplicemente lo spazio sarebbe bastato un vaso o uno specchio, oppure un bel attaccapanni antico o una libreria… c’erano mille soluzioni a disposizione. Un certo disagio mi montava dentro , qualcosa non mi tornava. A cosa servo io qui? Potevo starmene a casa far dell’altro, tanto c’è Franceschini lui è mercante ha in mano i miei cataloghi e sa fare bene il suo lavoro. Ma il personaggio mi intrigava e cominciai a fare domande personali riguardanti le sue origini , la sua infanzia, quali erano le passioni ed a poco a poco si svelò quello che avevo intuito ed anche la ragione del mio disagio. Con il senno di poi, posso dire che stavamo consumando una situazione pirandelliana. Enzo inconsciamente aveva bisogno di un qualcosa che lo rappresentasse, ma la sua forma mentis si fermava alla superficie, scartava di lato e mi chiedeva un oggetto. Dall’altra parte io non avevo voglia di realizzare lì una “cosa” “qualsiasi” perché sentivo che c’era bisogno di “altro”. Dovevano scattare stimoli forti, passioni per fare un’”opera” e lui se la voleva doveva darmeli. Qualsiasi scultura che non avesse avuto questi presupposti sarebbe stata una violenza su me stesso e un inganno per lui. Per l’amor di Dio, lasciamo perdere, niente compromessi!!

Non so ancora oggi come mai, forse per uscire dal mio disagio chiesi: “ ..ma perché non mi racconta la sua storia…?” Enzo rimase interdetto, come se gli avessi dato un gancio alla mascella lo vidi vacillare ma non cadde, anzi dopo qualche secondo reagì e anche se non del tutto convinto rispose: “perché no? “ Allora sferrai un uppercut potente che doveva permettermi di chiudere in qualsiasi modo l’incontro in piedi “sempre che la sua storia mi dia delle emozioni,” aggiunsi e affondai il colpo .. “ E’ lei che deve caricarmi..” Lui cominciò a raccontarsi, scostò leggermente la maschera e io capii d’averci visto giusto: l”uomo” c’era. Avevo intuito il suo bisogno, avevo rotto le crosta dell’anima, sentii che il contatto era avvenuto. Me lo confermò il giorno dopo: con una telefonata gli chiesi di scrivermi qualsiasi cosa della sua vita , non lo fece mai, ma mi mandò libri, documenti, foto, ci parlammo sovente, questo sì . Volli poi incontrare Ivette, sua moglie , vedere dove abitavano, conoscere la casa, non ne venne fuori a parole gran che, la loro riservatezza è ancora oggi proverbiale. Io mi affidai totalmente all’ istinto animalesco che mi accompagna da sempre : ascoltare , assorbire, lasciarsi permeare tutti i pori, aprire i ricettori come una spugna senza blocchi e lasciarsi andare.

Ero in una fase interlocutoria con il Trittico, aspettavo risposte riguardo ai disegni e quindi partii di gran carriera con i primi studi. Avevo deciso di “rischiare” su un linguaggio nuovo. Fondo in ferro e sculture in terracotta colorata, scontornate e messe sopra incollate o avvitate. Le sculture dovevano essere in alto rilievo quasi tridimensionali e poi tanti ricordi, fotografie , oggetti simbolici etc…etc.. il tutto per cinque metri di lunghezza, una settantina di centimetri in altezza diviso in due elementi da collocare ai lati degli stipiti della porta del regno/ufficio del Dr. Enzo Zafferani. Il suo biglietto da visita!! Ecco fatto tutto era chiaro…. col cavolo!! . Si dimostrò già in fase di progettazione dettagliata un abbaglio mostruoso!! La mia spugna aveva assorbito troppe cose, troppi linguaggi andavano a sovrapporsi affastellandosi quasi caoticamente sulla superficie. Cominciai a maledirmi e a maledire quella mia proposta di raccontare una vita. La vita di un uomo, lì in carne ed ossa. Una vita particolare sì, ma non ancora e forse mai epica, una vita che la storia non ci aveva restituito già cantata o decantata ma solo una vita , un poco fuori dal normale ,ma nulla di più, come la mia d’altronde. Mi ero messo in un bel casino. Stavo già affrontando la sfida del Trittico e questa non ci voleva e poi il dolore alla spalla che si faceva sempre più forte. Comincio a pensare ad una strategia d’uscita onorevole, anche perché gli esperimenti nello stampare fotografie ed altro sul supporto in lamiera che doveva fare da sfondo non restituiscono gli effetti desiderati. Intanto Enzo mi carica di materiale e si carica di aspettative. Io non so più che farne di questa”roba”, troppa roba!! Il tempo passa e la certezza di essere su una strada non mia si rafforza ogni giorno sempre di più. Mi ero letteralmente ingolfato il cervello ed avevo abbandonato il cuore. Se i primi due metri non avessero parzialmente funzionato sin dall’inizio avrei buttato la spugna.

Ne parlo in auto con il grande amico pittore e consigliere”spirituale” Maurizio Bonfanti, in viaggio verso Verona per la fiera dell’arte. Lui, che mi conosce da anni, con precisione chirurgica mette in luce le contraddizioni formali e stilistiche di cui coscientemente sono preda. Capisco di non avere via d’uscita e prendo l’unica decisione possibile: azzerare tutto! Ripartire da capo , via fronzoli, richiami inutili, concentrarsi sull’essenza, puntare al cuore della storia, che è poi una storia semplice , naturale quasi banale, quella di tutti. Un uomo incontra una donna si piacciono, si scelgono e hanno dei figli. Stop! Basta!.. tutto qui!!! Il problema è metterla in scultura è trasformare questa storia “nella storia”. Togliere la patina di banalità per farla diventare unica, viva ma soprattutto incarnare i sentimenti detti e non detti dei protagonisti che sono lì, a San Marino e che mi chiamano al telefono ansiosi. Mi chiedono come sta andando, vogliono sapere e condividere, capire se possono riconoscersi , beh giustamente questa è la loro storia. Ridisegno il tutto, spazzo via ogni elemento superfluo, salvo solo il marchio Esso della pompa di benzina che i genitori di Enzo gestivano e che lui aveva contribuito a portare avanti e che stava proprio lì in quel luogo, il “locus” dove ora ha costruito lo stabile con lo scrigno del suo “regno”e dove quest’opera verrà collocata. Ora si svela il mistero, il motivo per cui il mio istinto era a disagio davanti alla richiesta di una scultura qualsiasi. Altro elemento che rimane è l’impronta del pneumatico Dunlop dell’auto con cui Enzo correva i Rally all’inizio degli anni 70 e che attraversa in diagonale i due pannelli. L’opera comincia a lievitare in maniera vorticosa e chiara. I disegni si susseguono sempre più sintetici. Capisco di essere sulla strada giusta, non so come mai mi torna alla mente la Colonna Traiana e “Il corteo dei Re Magi “ di Benozzo nella cappella Medici-Riccardi a Firenze. Due cose apparentemente lontane tra loro che ogni tanto si palesano nel cuore , nemmeno vado a guardarmele in foto, lascio che mi accompagnino in questo viaggio tanto non disturbano, anzi mi fanno un poco di compagnia. Si fermano un attimo, guardano, poi in silenzio se ne vanno .

Ormai sono pronto, preparo un bellissimo rendering a colori e invito i signori Zafferani a Bergamo. La tensione in me era forte perché questi “poveretti” non sanno che gli ho cambiato tout court le carte in tavola, sono ancora lì legati al vecchio progetto pieno di cianfrusaglie, di ricordi. Come la prenderanno? Avevo lasciato lì, sulla lamiera per addolcire la pillola, due piccole foto di Enzo quando correva, una di Enzo Ferrari e una di Villeneuve posizionate in modo così precario che sembravano ripetere con il poeta: “stiam come d’autunno sugli alberi le foglie”, tant’è che Ivette, dopo una mia breve assenza, con il piglio delle donne che hanno il senso concreto delle cose disse più o meno così: “… ma a che servono queste foto?..non doveva essere la tua storia? .. la nostra storia?” le quattro “foglie” caddero nel nulla dell’oblio e in quel momento l’opera si compi. Il resto è stato dare un’anima a un’idea fortemente condivisa, chiudere l’interruttore del cervello per lasciarsi guidare dalle sensazioni più leggere e più profonde che i protagonisti mi avevano trasmesso. Mettere le mie mani al servizio di un’emozione… nulla di più. Di tutto questo impegno la mia più grande gioia è stata vedere gli occhi di Ivette riempirsi di commozione quando le ho portato le ultime immagini dell’opera e capire che loro erano entrati in me ed io in loro. Queste pagine ospiteranno anche la testimonianza di Enzo e Ivette, che ancora non conosco ma che attendo di leggere con ansia e impazienza . Non so cosa diranno, sono però sicuro che quest’opera “il tempo dei ricordi”è ormai parte della loro storia.