Sul tema della committenza, 2010

prefazione . de sacro profanoque amore- sculptura picta

So bene che non è uso di questi tempi incrociare in un catalogo, cosiddetto d’arte, un autore che scriva della propria opera. Noi abbiamo lasciato inopinatamente da tempo ad altri, sbagliando, il compito, oserei dire, il privilegio di farlo. Questo non vuol dire che altri non possano entrarci dentro , scavare, interpretare, psicanalizzare o quant’altro, anzi ben vengano tutti coloro che sono in grado di portare nuova luce sull’opera poiché nemmeno noi autori siamo padroni del nostro fare e aggiungo di più , nemmeno noi sappiamo leggerla sino in fondo.

Ogni ruolo va dunque rispettato, il critico, lo storico, l’esegeta, il teologo e chi più ne ha più ne metta, ma è altrettanto necessario che noi scultori/pittori ci riappropriamo del diritto-dovere di raccontare con le nostre povere parole la nostra verità. Ho preso coscienza ancora di più del valore e della necessità di questo impegno quando diversi anni il grande amico Mario de Micheli che mi onorava della sua casa e dei suoi pensieri tanto che il mio cuore, sua sponte, l’ aveva assurto senza discussione alcuna al ruolo di nonno, figura mitica che la vita ahimè non gli aveva mai permesso di praticare; l’amico Mario dicevo, mi fece dono con dedica di una sua pubblicazione che conteneva diversi scritti di pittori e scultori dal titolo “Carte d’artista” edita da Bruno Mondadori. Meraviglia delle meraviglie, mi si aprì un mondo davanti … una nuova straordinaria prospettiva di conoscenza. Quante emozioni importanti, da allora, ho condiviso ancor di più con i miei colleghi famosi . Aneddoti , riflessioni, trucchi e molto altro mi si è palesato in quelle letture, tutti stimoli che non avevo trovato prima nè avrei mai più trovato dopo in altre pubblicazioni anche più prestigiose dedicate agli stessi artisti. Da quel giorno decisi di metterci sempre lo zampino quando si tratta di una mia opera. Lasciare anche solo un segno , un piccolo pensiero.

Gioco forza questo libro non poteva, per il suo specifico contenuto, essere assolutamente esente da ciò. Inizierei quindi subito a mettere sul tavolo di discussione un punto di riflessione importante: cosa significa fare “arte” oggi, partendo dal concetto un poco in disuso di committenza rispetto alla cosiddetta “libertà” dell’artista.? Parto da qui perché le due opere che andremo a scoprire pagina dopo pagina sono il frutto di una precisa committenza: una pubblica, il “Trittico” per il nuovo Ospedale di Legnano, e una privata, “Il Tempo dei ricordi” per lo studio del Dr. Enzo Zafferani in quel di San Marino.

Si vocifera nell’ambiente che oggi l’artista accetti malvolentieri l’incarico di realizzare un’opera che abbia una finalità prestabilita da qualcuno altro da se, come se l’”artista”temesse di essere contaminato dal maligno nella purezza del suo fare, quasi limitato nella propria libertà di espressione. Io al contrario, consapevole come sono che la quasi totalità della Storia dell’arte esiste grazie alla committenza, sono convinto che ogni tanto il confronto serrato su di un tema prestabilito non possa far altro che bene, perché può portare l’”artista” a scandagliare possibilità espressive, tecniche e tematiche nuove, a scoprire potenzialità inespresse ,ma soprattutto, a riprendere in mano il senso vero del confronto e della sfida. L’”artista” contemporaneo nella sua totale libertà è come un navigatore in mezzo all’oceano in balia delle proprie soggettive pulsioni, irretito dalle innumerevoli sirene che lo circondano, confuso su dove andare , prigioniero della sua stessa libertà che lo spinge a scegliere sovente la rotta più facile o comoda, quella più congeniale alle sue caratteristiche di navigazione o, peggio ancora la “trovata” più redditizia. Ecco che l’arrivo di una committenza\turbolenza , se condivisa, lo può portare ad affrontare un vento nuovo, magari contrario, scompaginando rotte prestabilite obbligandolo a lavorare di bolina mettendo in campo tutta la sua esperienza e tutte le sue capacità. Raschiando il fondo del barile della propria anima può trovare risorse inaspettate, sconosciute, che gli permetteranno di raggiungere la meta prestabilita con piena soddisfazione dell’anima, senza lasciare necessariamente in mano il timone ad altri ma soprattutto riportandolo a terra ricco di una maggiore coscienza e conoscenza di se stesso. In questo senso la committenza va accolta e sfidata per trovare una nuova ragione del proprio “fare” per porsi un nuovo limite, per raggiungere nuovi traguardi.

E sfidare credo sia il termine esatto, a cui aggiungerei vincere. Sfidare per vincere, lasciando al committente/contendente il giusto onore delle armi, perché non deve essere un duello all’ultimo sangue ma un confronto di intelligenze e di bisogni diversi che si devono fondere e confondere per arrivare allo stupore dell”opus” che dovrà avere assolutamente l’impronta del “faber”, l’artista, altrimenti sarà un fallimento e/o un basso compromesso mercantile. Ma questa è un’altra storia che a noi non interessa. Certo tutto ciò implica un’alchimia complessa in cui si mette in gioco intelligenza, cultura, stima, fiducia e infine abbandono. Questi ingredienti che devono fondersi e trovare una loro ragione d’essere, perché qui sta il vero senso della sfida. Un altro concetto di straordinaria attualità, direttamente consequenziale alla idea della sfida e sui cui voglio soffermarmi, è quello dell’ “opus” dell’ opera.

Oggi il termine opera in questo ambiente viene meccanicamente abbinato alla specificazione”d’arte” ove arte è un sostantivo che ha già un bel peso intrinseco e per questo, lo lascerei un attimo da parte. Lo farei decantare per qualche decina d’anni prima di appiccicarlo addosso a qualcosa , che lo aggiunga, se crede, la storia che ha tempi molto più lunghi dei nostri. Dico questo perché oggi il termine “ d’ arte” è talmente abusato e svilito d’essere assolutamente controproducente usarlo per chi si picca di fare il mio “mestiere” di scultore, anche solo per il motivo che tutto è arte e tutti sono artisti e quindi per negazione nulla è arte e nessuno è artista. Perciò, per essere più chiaro e preciso, restringerei il campo e chiamerei pittore chi dipinge o similari e scultore chi scolpisce o modella o similari. Dopo di che, giusto per uscire dalle secche della soggettività e trovare un punto di partenza, mi soffermerei sull’ oggettività dell’opera, quello che una volta si definiva il “manufatto”, ciò che è stato fatto con le mani … ma quali mani o meglio le mani di chi? Bisognerebbe chiedersi quali e quanti sono oggi i cosiddetti artisti che realizzano ancora parzialmente o totalmente le proprie opere? So bene che questa domanda i sostenitori del pensiero dominante del “sistema arte” non se la pongono, anzi, la aborrono, per usare un termine modaiolo di un commentatore calcistico o, più semplicemente, la ritengono fuori luogo o non pertinente perché oggi la filosofia dominante deve esaltare la “pura idea” dell’arte .

Oggi infatti esiste solo l’arte come idea mentre l’arte come “prodotto alchemico” visto nella tradizionale oggettività, sintesi dello svolgersi di pensiero, genialità, abilità, cultura, mestiere e quant’altro, non conta più nulla, quest’arte è out, è fuori gioco. Ed il trucco sta proprio qui: ribaltare inesorabilmente il concetto passando dall’oggettività alla soggettività dell’opera. Già porsi quindi la domanda: “chi fa l’opera?” Vuol dire minare il presupposto della sua stessa esistenza. Quindi la domanda va negata, non deve esistere, e di conseguenza anche l’oggettività che né è la causa deve sparire . A noi poveri “reduci”di un tempo andato cosa rimane da fare allora? Abdicare? Amputarci le mani per evitare tentazioni ? O tornare nelle caverne a disegnare sui muri? Certamente opteremo volontariamente per l’ ultima ipotesi, più naturale e creativa . Male che vada non avremo tradito noi stessi e magari, come Altamira o Lascaux ci insegnano, potrebbe anche succedere , beffa delle beffe, che questi piccoli segni rimangano unici testimoni di questo folle tempo, alla faccia dei guru del “sistema arte”che vorrebbero negarli ad ogni costo. Che rivincita straordinaria!! E neanche poi tanto improbabile se ci guardiamo indietro. Per questo motivo noi “faber” ultimi testimoni di una concezione dell’ arte ormai agonizzante, abbiamo il dovere morale di lasciare un segno alto del nostro passaggio, abbiamo il dovere di dare il meglio di noi stessi perché l’orizzonte che ci aspetta non può e non deve essere né l’oggi né il domani ma la nostra sfida è e sarà con la storia e la memoria dell’umanità, di cui questo tempo non è che un attimo fugace. C’è comunque una cosa che in tutto questo mi rattrista ed è il trovarmi nelle fonderie o dagli scalpellini con i soliti “vecchi”colleghi , il parlarci addosso delle stesse cose da anni perché nuove generazioni non scendono più in questa arena , perché non accettano più quel confronto che fa crescere e che sta nella sfida di realizzare l” l’opera”, il “capolavoro”.

La sfida eterna dell’uomo di piegare la materia, dominarla e vincerla per dare corpo all’anima ,donare carne e sangue all’idea e ai sogni. Oggi facciamo dell’”accrochage “, del” bric a brac”utilizzando ciò che c’è già, che esiste e ha un suo intrinseco perché. Raccattiamo quello che troviamo in giro nella spazzatura, nelle discariche, sommando cosa su cosa, storia su storia. Assembliamo , accostiamo oggetto a oggetto, trasformiamo ma non creiamo più… siamo lontani anni luce dall’emozione del primo segno sulla roccia fatto dall’uomo delle caverne. L’altro grande rammarico è conseguenza del precedente e sta nell’assistere impotente all’estinzione di professionalità di inestimabile valore, quelle che hanno fatto la differenza nella costruzione della nostra cultura. Stringe il cuore nell’assistere al rinsecchirsi e poi chiudere di laboratori di scultura a Pietrasanta e a Carrara, sparire giorno dopo giorno fonderie a Verona e a Milano, non sentire più il fiato dei giovani apprendisti con la voglia di “rubare” il mestiere, non trovare un giovane di bottega che con umiltà voglia raccogliere il testimone della scultura e con amore e passione portarla avanti innovandola, dandogli vigore contaminandola con nuove esperienze ma tenendola sempre alta e riconoscibile nelle sue origini e quindi assolutamente unica in qualità e sostanza.

Ciò che passa l’intellighenzia è ormai volutamente e rigorosamente brutto , mal fatto o artefatto, assolutamente autoreferenziale ed esclusivo. Sovente si mostra, nella sua forma più “alta”, ammorbato da un vuoto gigantismo o da volgari provocazioni preconfezionate a tavolino e poi super propagandate con una ottima strategia di marketing che rimane alla fine l’ unico supporto a pretesto del proprio esistere. Il tutto è così magnificamente orchestrato che mi viene addirittura il sospetto che non viviamo solo in “un sistema dell’arte”, bensì in un “regime” dell’arte . Condivido l’affermazione di chi sottolinea che è tutto figlio di questo tempo confuso , di questi giorni dominati da un pensiero debole, pervasi da un equilibrio instabile, dove può accadere tutto e il contrario di tutto in un attimo. Un tempo da basso impero in cui noi vecchi “scultori” siamo cascami di una civiltà ormai in agonia forse già morta e sepolta o come scriveva per un mio catalogo nel lontano 1989 Vittorio Sgarbi, dal titolo:” Al termine della storia”“… C’è il sentimento di una sopravvivenza, la certezza di essere in una fase terminale, anzi terminata..”. O forse, agganciandomi al senso profondo del testo sgarbiano e con l’aggiunta di una certa mia presunzione mista a speranza e istinto di sopravvivenza, mi vien da opporre che noi potremmo essere le avanguardie di un tempo nuovo, di un nuovo modo di “stare” tra gli uomini, spore di un bellissimo fiore che non vedremo mai ma di cui siamo stati i segnali premonitori e di cui saremo gli indiscussi profeti. Follia??…. Chi può dirlo?!.. Tutto può essere….Ecco, ciò che mi premeva di dire l’ho detto e con un poco di fatica sono arrivato in fondo al compito indicatomi dal caro Mario De Micheli.

Ho buttato sul tavolo del confronto alcuni dei presupposti che hanno animato il mio fare “De amor sacro et amor Profano”, che sono poi sempre gli stessi che animano tutti i giorni il mio essere scultore. Ci lasciamo in attesa di contributi, risposte… c’è tempo .Ora, separatamente nei due capitoli successivi, racconterò con più leggerezza e in dettaglio la storia di ognuna di queste opere diversa nei contenuti e nelle motivazioni ma uguale nello spirito di ricerca , nei materiali usati e nell’approccio metodologico. Ci saranno pure i contributi scritti di chi in qualche modo ha giocato un ruolo anche marginale in questo “fare” ed anche i graditi giudizi dei committenti … perché no…? Sono proprio loro i coprotagonisti nel bene e nel male dell’opera, e quindi dico io, si assumano anche qui fino in fondo una parte di responsabilità. Tutto senza rete, senza pompa, senza infingimenti nè mediazioni, tanto alla fine sarà la storia a giudicarne il valore, a deciderne il destino visto ché l’opera ci sopravviverà e che noi, come cantava il mitico Augusto dei Nomadi :”.. noi non ci saremo.”